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Scritto da FRANCESCA MILAZZO
Un testimone della storia
Le origini
Il Parco di Monza nasce nel 1805 all’interno di un più ampio e preesistente progetto che vede le
sue radici nella storia della città, antico centro abitato di origine preromana.
Sin dall’epoca medievale Monza era un grosso e ricco borgo circondato da mura e attraversato
dal fiume Lambro, dedito prevalentemente ad attività mercantili e produttive e reso illustre nei
secoli passati dalla presenza di sovrani, da Teodolinda con la
sua corte longobarda a Federico Barbarossa, legati alla
presenza della Corona Ferrea, simbolo del Regno d’Italia.
Tutt’intorno la città era circondata da campi coltivati, vigne,
fattorie, mulini, cappelle e chiesette isolate, ma anche –
fatto di non secondaria importanza – dalle prime presenze di
un’edilizia nobiliare di campagna, testimoniata dalla villa
Mirabello, fatta realizzare a partire dal 1656 dalla famiglia
Durini che nel 1648 aveva acquisito il feudo di Monza ceduto
dai De Leyva, familiari della celeberrima monaca suor Virginia
(la Gertrude manzoniana). Al Mirabello fece seguito, nel 1776,
la villa chiamata Mirabellino, voluta dal cardinale Angelo
Maria Durini come sede per ospitare poeti e scrittori in
occasione di incontri letterari, concerti e salotti mondani.
Il territorio a nord del borgo di Monza era quindi già
caratterizzato, ricco di coltivazioni e di acque, operoso,
adatto per la caccia e, fatto non secondario, particolarmente
piacevole grazie agli scorci e alle vedute sulle colline della Brianza e sulle Prealpi, tanto che già
la regina Teodolinda, secondo la tradizione, aveva scelto Monza come sede estiva.
Il Settecento e gli austriaci
Furono tutti questi elementi, uniti alla vicinanza a Milano, a spingere nel 1777 Ferdinando
d’Asburgo, terzogenito di Maria Teresa d’Austria e governatore della Lombardia, a scegliere un
sito nei pressi di Monza per avviare, con il beneplacito e il sostegno della madre, la costruzione
di una residenza di campagna per gli arciduchi, fino ad allora costretti a trascorrere il periodo di
villeggiatura ospiti – a pagamento – presso le ville di esponenti della nobiltà milanese.
La storiografia monzese narra che Ferdinando stesso, in occasione di un sopralluogo effettuato
nei pressi di Monza, sia salito su un carro e “veduta la deliziosa prospettiva dei colli briantei
innamoratosi del sito, decise che si erigesse pei principi vicerè un sontuoso palazzo sotto il bel
cielo di Monza”.
L’architetto di corte Giuseppe Piermarini fu incaricato del progetto e
diede avvio ai lavori interpretando la nuova residenza alla luce dei
modelli prestigiosi delle regge di Schönbrunn e di Versailles, ma
rinnovando anche la tradizionale impostazione ad “U” delle
preesistenti ville brianzole, vista ad esempio nelle vicine ville del
Mirabello e del Mirabellino. Il Piermarini imposta architettonicamente
il complesso sulla base dei principi dettati dal gusto neoclassico, in
particolare valorizzando la simmetria centrale richiamata dallo
scenografico asse prospettico centrale che si prolunga nel viale di accesso.
A completamento della reggia il Piermarini progetta
anche i giardini per una superficie di circa 40 ettari:
accanto a regolari parterres alla francese – quasi
tappeti fioriti da ammirare dalle finestre dei saloni –
con serre, fruttier e giochi d’acqua era già previsto un
angolo di giardino all’inglese, voluto dall’arciduca
Ferdinando a seguito di un suo soggiorno a Vienna. Nel
settore settentrionale dell’area verde, quasi defilato
rispetto l’ufficialità del palazzo vista la novità del
tema, il Piermarini introduce quindi un brano di
giardino romantico – precoce esempio in Italia – che esalta
gli aspetti “selvaggi” e pittorici di
una natura artificialmente libera dalle costrizioni dell’uomo,
luogo ideale di meditazione e di
emozione accompagnata dal mormorio delle acque
correnti.
Napoleone e la nascita del Parco
Nel 1796 la calata delle truppe napoleoniche
costringe alla fuga Ferdinando e la moglie Beatrice
d’Este; dopo alcuni anni di abbandono e di
degrado, la reggia torna fortunatamente ad essere
oggetto di attenzione da parte del governo
francese, prima come residenza della Repubblica,
poi, dopo l’incoronazione del maggio 1805, come
palazzo del vicerè Eugenio di Beauharnais, accompagnato dalla moglie Amalia di Baviera. In
questa fase i Giardini piermariniani vengono profondamente modificati dall’Architetto Nazionale
Luigi Canonica che trasforma all’inglese tutto il
complesso creando il vasto prato bordato da alberi
sapientemente disposti che, come macchie di colore,
creano quadri naturali nel celebre “cannocchiale
prospettico” retrostante il palazzo.
La sensibilità romantica del Canonica si manifesta anche
nell’introduzione nei Giardini di quegli elementi
architettonici ricostruiti che i trattati sul giardino
paesistico raccomandavano caldamente: il tempietto
classico che si specchia nelle acque del lago, la torre
neogotica, la rovina suggestiva, la cascata artificiale...
Una volta arricchiti i Giardini, Eugenio progetta, con il
sostegno di Napoleone, di annettere al complesso una vasta area di terreni a destinazione
agricola e boschiva a nord di Monza con l’intenzione di creare una tenuta avente una funzione
essenzialmente produttiva, agricola e venatoria.
Il progetto ebbe inizio nel settembre 1805: dopo una accurata ricognizione del territorio, gli
appezzamenti interessati vennero
acquisiti dal governo francese sino
ad arrivare alla conformazione
definitiva del parco, con un
perimetro di circa 10 miglia (14
chilometri) e una superficie di 685
ettari cui vanno aggiunti i 40 dei
Giardini. Solo a questo punto fu
possibile realizzare il muro di
cinta, per il quale furono utilizzati materiali provenienti dalla demolizione del Castello visconteo
che sorgeva nel centro di Monza.
Napoleone ed Eugenio non vollero la creazione di un giardino paesistico fine a se stesso
esclusivamente destinato agli svaghi di corte: vollero anzi che la tenuta monzese fosse
produttiva e autosufficiente, una vera e propria azienda agricola modello e una riserva di caccia
ove sperimentare nuove forme di allevamento. È per questi motivi che venne affidato
all’architetto ticinese Luigi Canonica il compito di dare un disegno uniforme al nuovo Parco,
mantenendo però gli edifici che erano rimasti compresi nel recinto, come le ville Mirabello e
Mirabellino e le numerose cascine e mulini.
L’architetto fece in modo che nel Parco si delineassero zone destinate ad attività diverse, tutte
però accomunate dall’ordine e dalla bellezza dei paesaggi: a nord l’antica selva chiamata Bosco
Bello, destinata alla caccia; al centro i campi coltivati e le ville preesistenti; a oriente il corso
del fiume con i suoi angoli ameni e suggestivi mentre a sud il Parco confina con il giardino
inglese della Villa Reale.
Importante collaboratore del Canonica fu Luigi Villoresi, attento direttore dei Giardini e
curatore degli aspetti botanici della tenuta, soprattutto nel definire i lunghi viali alberati e i
rondò a stella che dovevano aiutare i cacciatori ad
orientarsi.
Gli edifici rurali furono oggetto di una complessa serie di
lavori che mirarono a conservare quanto meritava di
essere mantenuto e a rivestire di una veste più
confacente quanto al contrario era troppo rustico, non
adatto comunque ad un parco adiacente una residenza
regale. Nascono così la Cascina San Fedele isolata su un
poggio e caratterizzata da uno stile gotico dovuto anche
all’inserimento di elementi architettonici autentici
provenienti dalla distrutta chiesa milanese trecentesca
di Santa Maria di Brera, la Cascina Frutteto, al centro di uno
scenografico “frutteto matematico” purtroppo scomparso, il
curioso Serraglio dei Cervi – che dà nome ad una delle curve
della pista dell’Autodromo - dove gli animali erano allevati
prima di essere liberati durante le battute di caccia...
Da Napoleone ai Savoia
Negli anni successivi la caduta di Napoleone e il ritorno degli
austriaci subentrò nella direzione dei lavori l’ingegner Giacomo
Tazzini, cui si devono i suggestivi fabbricati della Cascina Costa
Bassa, l’ospedale dei cavalli “travestito” da tempietto classico,
della Cascina Costa Alta, del Mulino di San Giorgio, dei Mulini
Asciutti, del bellissimo Mulino del Cantone,
con la fantastica unione fra una torre
medievale merlata ed un frontone classico.
Dopo le vicende risorgimentali anche la Villa e
il Parco di Monza entrano a far parte dei beni
che con legge dell’agosto 1868 vengono
concessi ai Savoia in uso e godimento. L’età
sabauda non apporta grandi cambiamenti
sotto il profilo progettuale del Parco,
mantenendo sostanzialmente inalterata la vi-
sione d’insieme del Canonica; sarà piuttosto il
regicidio del 29 luglio 1900 a segnare una
tappa fondamentale nella vicenda del complesso. L’abbandono della Villa Reale all’indomani
dell’assassinio di Umberto I, compiuto a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci, segna anche
l’abbandono del Parco da parte dei Savoia che il 21 agosto 1919 retrocedono la proprietà al
Demanio dello Stato e con Regio Decreto del 3 ottobre dello stesso anno destinano la tenuta
monzese a quattro diversi enti: all’Opera Nazionale
Combattenti reduci di guerra viene concessa la porzione
maggiore, ossia tutta la parte di Parco posta a nord del Viale
Cavriga.
A questo punto i destini di Parco, Giardini e Villa seguono
strade diverse: l’Opera Nazionale Combattenti definisce il
dono “oneroso e passivo” e inizia a valutare la possibilità di
trovare alla vasta proprietà una nuova destinazione d’uso.
Esclusi altri progetti l’Opera Nazionale definisce un accordo
con il Consorzio formato dai comuni di Monza, Milano e dalla
Società Umanitaria per l’affitto del Parco,
ufficializzato con l’atto di locazione del 1° dicembre 1921.
Nell’anno successivo il Consorzio procede a sua volta
a forme di subaffitto che porteranno, nel giro di breve tempo, alla
realizzazione di impianti sportivi di avanguardia come
l’autodromo, l’ippodromo, il campo da golf. Nel 1933 l’Opera
Nazionale Combattenti e il Consorzio Milano-Monza-Umanitaria
dichiarano sciolto anzitempo il contratto stipulato nel 1921,
aprendo così la strada alla cessione definitiva della porzione a
nord di Viale Cavriga, nel ’37, ai comuni di Monza e Milano.
La Villa verrà invece usata per scopi diversi: sede di esposizioni
d’arte e del celebre ISIA , l’Istituto Superiore per l’Industria
Artistica che formò, sotto la guida di grandi maestri, nuove
generazioni di artisti e di abili artigiani, nelle sue stanze
troveranno poi posto la Pinacoteca Civica e, in anni più recenti, le
rassegne della MIA.
L’entusiasmo “futurista” e la velocità
Nel gennaio del 1922 l’Automobile Club di Milano, in occasione dei festeggiamenti
per il 25° anniversario, aveva stabilito di realizzare una pista motoristica fissa
fortemente caldeggiata anche dalle Case costruttrici italiane che vedevano
nell’impianto la possibilità di effettuare
prove tecniche e di velocità in vista dello sviluppo dell’automobile.
L’automobilismo sportivo stava allora vivendo una fase di grande fortuna,
testimoniata ad esempio dal successo del 1°Gran Premio d’Italia disputato nel ’21
su di un circuito semi-permanente nei pressi di Brescia.
Venne individuata l’area ottimale per la realizzazione del circuito nel settore
settentrionale del Parco di Monza e, costituita la SIAS (Società Incremento
Automobilismo e Sport) destinata a
gestire l’impianto, il progetto venne affidato all’architetto Alfredo Rosselli.
Il disegno, ridimensionato in corso d’opera, portò alla definizione di una pista
stradale di 10 chilometri complessivi di lunghezza, con un anello per l’alta velocità
dotato di due curve sopraelevate; i lavori iniziarono il 15 maggio 1922 per
concludersi in soli centodieci giorni grazie all’impegno
straordinario di uomini e mezzi, tra cui una piccola ferrovia a vagoncini.
Il 28 luglio 1922 fu possibile percorrere per la prima volta la pista di Monza e il 3
settembre fu organizzata l’inaugurazione ufficiale; il 10 settembre dello stesso anno si svolse il 2° Gran
Premio d’Italia alla presenza di un folto pubblico assiepato sulle
tribune in legno e muratura. Il circuito consentì nel giro di pochi
anni uno straordinario sviluppo delle prestazioni di auto e moto
che raggiunsero le allora strabilianti velocità di oltre 200
chilome tri orari, con i grandi protagonisti della storia
dell’automobilismo di tutti i tempi, come Tazio Nuvolari che
vins e diverse edizioni del Gran Premio di moto sino al 1929 e il
giovane Enzo Ferrari al volante dell’Alfa Romeo nel ‘23.
Dagli anni Venti in avanti lo storico Autodromo di Monza, il più
antico impianto funzionante in Europa, secondo nel mondo solo al celeberrimo Indianapolis, ha
segnato la storia degli sport motoristici grazie anche a soluzioni tecniche di alto livello che
hanno negli anni portato a continui adeguamenti e miglioramenti sia del circuito stradale che
delle strutture annesse. Nel 1938, ad esempio, furono realizzati consistenti lavori di rifacimento
del tracciato e di costruzione della nuova tribuna d’onore in cemento armato, ultimata nel 1940
con un disegno di grande modernità, debitore delle tematiche del Razionalismo europeo.
Gli anni della seconda guerra segnarono profondamente la realtà sia del Parco, spogliato del suo
patrimonio arboreo per le necessità militari e civili, che dell’Autodromo: le attività sportive
furono sospese e le strutture dell’impianto destinate a usi disparati, da archivio a rifugio per gli
sfollati, da recinto per gli animali dello zoo di Milano a sede per parate di mezzi corazzati, con i
conseguenti immaginabili danni.
Gli anni del dopoguerra hanno segnato una veloce rinascita del circuito e delle strutture
collaterali così da consentire nel ’48 la ripresa delle attività sportive, con la nascita ufficiale nel
1950 della moderna Formula Uno e le vittorie dei mitici Ascari e Fangio. Negli anni Cinquanta la
pista tornò ad avere l’anello di alta velocità in cemento armato con le due grandi curve
sopraelevate che raggiungono nella parte superiore una pendenza dell’80%, capolavoro di
tecnica ingegneristica, oggi non più utilizzate ma testimoni di una stagione ricca di novità
tecnologiche.
La storia recente dell’Autodromo è storia vissuta da molti: basti menzio-nare i continui
interventi di ammodernamento, in vista della sicurezza per piloti e spettatori, le soluzioni
avveniristiche architettonicamente in linea con l’ambiente e il contesto circostante, i nuovi box
con pareti inclinate a vetrata, lo scenografico podio che ha visto vincitori i più grandi campioni
della Formula Uno moderna.
Prospettive nel XXI secolo
Negli ultimi anni il Parco è stato oggetto di diversi interventi di riqualificazione, tra cui
l’inserimento di due opere d’arte contemporanea: la Voliera per umani, opera di Giuliano Mauri
inaugurata nel novembre 2006 ma destinata ad autodistruggersi, essendo composta di elementi
naturali, e Lo scrittore di Giancarlo Neri, collocato nel 2005.
Dal 2009 i diversi proprietari del complesso Villa-Giardini-Parco hanno deciso di costituire un
consorzio che, con la collaborazione anche economica di diversi attori, dal Ministero alla
Regione, dalla Provincia di Monza e Brianza al Comune di Milano alla Camera di Commercio, si
occupi di gestire e valorizzare l’intera proprietà, alla luce anche del progetto di recupero e
riqualificazione della Villa.
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Associarsi conviene
I soci sostenitori hanno diritto:
al posto numerato alla tribuna riservata "
Amici dell'Autodromo " alla Variante Ascari la domenica del
Gran Premio d'Italia di Formula1 ;
al posto non numerato alla tribuna riservata "
Amici dell'Autodromo " alla Variante Ascari il sabato del
Gran Premio d'Italia di Formula1 fino ad esaurimento posti;
La Sede
La sede dell'
Associazione Amici dell' Autodromo e del Parco si trova in via Vittorio Emanuele II, 1 a Monza.
Orario di apertura:
tutti i venerdì dalle 21.00 alle 23.00
Tel. 0392315138
Fax 0392315138
Tram 3331782114
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