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19 | 05 | 2013
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Il Parco Reale di Monza PDF Stampa E-mail
Scritto da FRANCESCA MILAZZO   

 

Un testimone della storia

 

Le origini

Il Parco di Monza nasce nel 1805 all’interno di un più ampio e preesistente progetto che vede le

sue radici nella storia della città, antico centro abitato di origine preromana.

Sin dall’epoca medievale Monza era un grosso e ricco borgo circondato da mura e attraversato

dal fiume Lambro, dedito prevalentemente ad attività mercantili e produttive e reso illustre nei

secoli passati dalla presenza di sovrani, da Teodolinda con la

sua corte longobarda a Federico Barbarossa, legati alla

presenza della Corona Ferrea, simbolo del Regno d’Italia.

Tutt’intorno la città era circondata da campi coltivati, vigne,

fattorie, mulini, cappelle e chiesette isolate, ma anche –

fatto di non secondaria importanza – dalle prime presenze di

un’edilizia nobiliare di campagna, testimoniata dalla villa

Mirabello, fatta realizzare a partire dal 1656 dalla famiglia

Durini che nel 1648 aveva acquisito il feudo di Monza ceduto

dai De Leyva, familiari della celeberrima monaca suor Virginia

(la Gertrude manzoniana). Al Mirabello fece seguito, nel 1776,

la villa chiamata Mirabellino, voluta dal cardinale Angelo

Maria Durini come sede per ospitare poeti e scrittori in

occasione di incontri letterari, concerti e salotti mondani.

Il territorio a nord del borgo di Monza era quindi già

caratterizzato, ricco di coltivazioni e di acque, operoso,

adatto per la caccia e, fatto non secondario, particolarmente

piacevole grazie agli scorci e alle vedute sulle colline della Brianza e sulle Prealpi, tanto che già

la regina Teodolinda, secondo la tradizione, aveva scelto Monza come sede estiva.

 

Il Settecento e gli austriaci

Furono tutti questi elementi, uniti alla vicinanza a Milano, a spingere nel 1777 Ferdinando

d’Asburgo, terzogenito di Maria Teresa d’Austria e governatore della Lombardia, a scegliere un

sito nei pressi di Monza per avviare, con il beneplacito e il sostegno della madre, la costruzione

di una residenza di campagna per gli arciduchi, fino ad allora costretti a trascorrere il periodo di

villeggiatura ospiti – a pagamento – presso le ville di esponenti della nobiltà milanese.

La storiografia monzese narra che Ferdinando stesso, in occasione di un sopralluogo effettuato

nei pressi di Monza, sia salito su un carro e “veduta la deliziosa prospettiva dei colli briantei

innamoratosi del sito, decise che si erigesse pei principi vicerè un sontuoso palazzo sotto il bel

cielo di Monza”.

L’architetto di corte Giuseppe Piermarini fu incaricato del progetto e

diede avvio ai lavori interpretando la nuova residenza alla luce dei

modelli prestigiosi delle regge di Schönbrunn e di Versailles, ma

rinnovando anche la tradizionale impostazione ad “U” delle

preesistenti ville brianzole, vista ad esempio nelle vicine ville del

Mirabello e del Mirabellino. Il Piermarini imposta architettonicamente

il complesso sulla base dei principi dettati dal gusto neoclassico, in

particolare valorizzando la simmetria centrale richiamata dallo

scenografico asse prospettico centrale che si prolunga nel viale di accesso.

A completamento della reggia il Piermarini progetta

anche i giardini per una superficie di circa 40 ettari:

accanto a regolari parterres alla francese – quasi

tappeti fioriti da ammirare dalle finestre dei saloni –

con serre, fruttier e giochi d’acqua era già previsto un

angolo di giardino all’inglese, voluto dall’arciduca

Ferdinando a seguito di un suo soggiorno a Vienna. Nel

settore settentrionale dell’area verde, quasi defilato

rispetto l’ufficialità del palazzo vista la novità del

tema, il Piermarini introduce quindi un brano di

giardino romantico – precoce esempio in Italia – che esalta

gli aspetti “selvaggi” e pittorici di

una natura artificialmente libera dalle costrizioni dell’uomo,

luogo ideale di meditazione e di

emozione accompagnata dal mormorio delle acque

correnti.

 

 

 

Napoleone e la nascita del Parco

Nel 1796 la calata delle truppe napoleoniche

costringe alla fuga Ferdinando e la moglie Beatrice

d’Este; dopo alcuni anni di abbandono e di

degrado, la reggia torna fortunatamente ad essere

oggetto di attenzione da parte del governo

francese, prima come residenza della Repubblica,

poi, dopo l’incoronazione del maggio 1805, come

palazzo del vicerè Eugenio di Beauharnais, accompagnato dalla moglie Amalia di Baviera. In

questa fase i Giardini piermariniani vengono profondamente modificati dall’Architetto Nazionale

Luigi Canonica che trasforma all’inglese tutto il

complesso creando il vasto prato bordato da alberi

sapientemente disposti che, come macchie di colore,

creano quadri naturali nel celebre “cannocchiale

prospettico” retrostante il palazzo.

La sensibilità romantica del Canonica si manifesta anche

nell’introduzione nei Giardini di quegli elementi

architettonici ricostruiti che i trattati sul giardino

paesistico raccomandavano caldamente: il tempietto

classico che si specchia nelle acque del lago, la torre

neogotica, la rovina suggestiva, la cascata artificiale...

Una volta arricchiti i Giardini, Eugenio progetta, con il

sostegno di Napoleone, di annettere al complesso una vasta area di terreni a destinazione

agricola e boschiva a nord di Monza con l’intenzione di creare una tenuta avente una funzione

essenzialmente produttiva, agricola e venatoria.

Il progetto ebbe inizio nel settembre 1805: dopo una accurata ricognizione del territorio, gli

appezzamenti interessati vennero

acquisiti dal governo francese sino

ad arrivare alla conformazione

definitiva del parco, con un

perimetro di circa 10 miglia (14

chilometri) e una superficie di 685

ettari cui vanno aggiunti i 40 dei

Giardini. Solo a questo punto fu

possibile realizzare il muro di

cinta, per il quale furono utilizzati materiali provenienti dalla demolizione del Castello visconteo

che sorgeva nel centro di Monza.

Napoleone ed Eugenio non vollero la creazione di un giardino paesistico fine a se stesso

esclusivamente destinato agli svaghi di corte: vollero anzi che la tenuta monzese fosse

produttiva e autosufficiente, una vera e propria azienda agricola modello e una riserva di caccia

ove sperimentare nuove forme di allevamento. È per questi motivi che venne affidato

all’architetto ticinese Luigi Canonica il compito di dare un disegno uniforme al nuovo Parco,

mantenendo però gli edifici che erano rimasti compresi nel recinto, come le ville Mirabello e

Mirabellino e le numerose cascine e mulini.

L’architetto fece in modo che nel Parco si delineassero zone destinate ad attività diverse, tutte

però accomunate dall’ordine e dalla bellezza dei paesaggi: a nord l’antica selva chiamata Bosco

Bello, destinata alla caccia; al centro i campi coltivati e le ville preesistenti; a oriente il corso

del fiume con i suoi angoli ameni e suggestivi mentre a sud il Parco confina con il giardino

inglese della Villa Reale.

Importante collaboratore del Canonica fu Luigi Villoresi, attento direttore dei Giardini e

curatore degli aspetti botanici della tenuta, soprattutto nel definire i lunghi viali alberati e i

rondò a stella che dovevano aiutare i cacciatori ad

orientarsi.

Gli edifici rurali furono oggetto di una complessa serie di

lavori che mirarono a conservare quanto meritava di

essere mantenuto e a rivestire di una veste più

confacente quanto al contrario era troppo rustico, non

adatto comunque ad un parco adiacente una residenza

regale. Nascono così la Cascina San Fedele isolata su un

poggio e caratterizzata da uno stile gotico dovuto anche

all’inserimento di elementi architettonici autentici

provenienti dalla distrutta chiesa milanese trecentesca

di Santa Maria di Brera, la Cascina Frutteto, al centro di uno

scenografico “frutteto matematico” purtroppo scomparso, il

curioso Serraglio dei Cervi – che dà nome ad una delle curve

della pista dell’Autodromo - dove gli animali erano allevati

prima di essere liberati durante le battute di caccia...

Da Napoleone ai Savoia

Negli anni successivi la caduta di Napoleone e il ritorno degli

austriaci subentrò nella direzione dei lavori l’ingegner Giacomo

Tazzini, cui si devono i suggestivi fabbricati della Cascina Costa

Bassa, l’ospedale dei cavalli “travestito” da tempietto classico,

della Cascina Costa Alta, del Mulino di San Giorgio, dei Mulini

Asciutti, del bellissimo Mulino del Cantone,

con la fantastica unione fra una torre

medievale merlata ed un frontone classico.

Dopo le vicende risorgimentali anche la Villa e

il Parco di Monza entrano a far parte dei beni

che con legge dell’agosto 1868 vengono

concessi ai Savoia in uso e godimento. L’età

sabauda non apporta grandi cambiamenti

sotto il profilo progettuale del Parco,

mantenendo sostanzialmente inalterata la vi-

sione d’insieme del Canonica; sarà piuttosto il

regicidio del 29 luglio 1900 a segnare una

tappa fondamentale nella vicenda del complesso. L’abbandono della Villa Reale all’indomani

dell’assassinio di Umberto I, compiuto a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci, segna anche

l’abbandono del Parco da parte dei Savoia che il 21 agosto 1919 retrocedono la proprietà al

Demanio dello Stato e con Regio Decreto del 3 ottobre dello stesso anno destinano la tenuta

monzese a quattro diversi enti: all’Opera Nazionale

Combattenti reduci di guerra viene concessa la porzione

maggiore, ossia tutta la parte di Parco posta a nord del Viale

Cavriga.

A questo punto i destini di Parco, Giardini e Villa seguono

strade diverse: l’Opera Nazionale Combattenti definisce il

dono “oneroso e passivo” e inizia a valutare la possibilità di

trovare alla vasta proprietà una nuova destinazione d’uso.

Esclusi altri progetti l’Opera Nazionale definisce un accordo

con il Consorzio formato dai comuni di Monza, Milano e dalla

Società Umanitaria per l’affitto del Parco,

ufficializzato con l’atto di locazione del 1° dicembre 1921.

Nell’anno successivo il Consorzio procede a sua volta

a forme di subaffitto che porteranno, nel giro di breve tempo, alla

realizzazione di impianti sportivi di avanguardia come

l’autodromo, l’ippodromo, il campo da golf. Nel 1933 l’Opera

Nazionale Combattenti e il Consorzio Milano-Monza-Umanitaria

dichiarano sciolto anzitempo il contratto stipulato nel 1921,

aprendo così la strada alla cessione definitiva della porzione a

nord di Viale Cavriga, nel ’37, ai comuni di Monza e Milano.

La Villa verrà invece usata per scopi diversi: sede di esposizioni

d’arte e del celebre ISIA , l’Istituto Superiore per l’Industria

Artistica che formò, sotto la guida di grandi maestri, nuove

generazioni di artisti e di abili artigiani, nelle sue stanze

troveranno poi posto la Pinacoteca Civica e, in anni più recenti, le

rassegne della MIA.

 

 

L’entusiasmo “futurista” e la velocità

Nel gennaio del 1922 l’Automobile Club di Milano, in occasione dei festeggiamenti

per il 25° anniversario, aveva stabilito di realizzare una pista motoristica fissa

fortemente caldeggiata anche dalle Case costruttrici italiane che vedevano

nell’impianto la possibilità di effettuare

prove tecniche e di velocità in vista dello sviluppo dell’automobile.

L’automobilismo sportivo stava allora vivendo una fase di grande fortuna,

testimoniata ad esempio dal successo del 1°Gran Premio d’Italia disputato nel ’21

su di un circuito semi-permanente nei pressi di Brescia.

Venne individuata l’area ottimale per la realizzazione del circuito nel settore

settentrionale del Parco di Monza e, costituita la SIAS (Società Incremento

Automobilismo e Sport) destinata a

gestire l’impianto, il progetto venne affidato all’architetto Alfredo Rosselli.

Il disegno, ridimensionato in corso d’opera, portò alla definizione di una pista

stradale di 10 chilometri complessivi di lunghezza, con un anello per l’alta velocità

dotato di due curve sopraelevate; i lavori iniziarono il 15 maggio 1922 per

concludersi in soli centodieci giorni grazie all’impegno

straordinario di uomini e mezzi, tra cui una piccola ferrovia a vagoncini.

Il 28 luglio 1922 fu possibile percorrere per la prima volta la pista di Monza e il 3

settembre fu organizzata l’inaugurazione ufficiale; il 10 settembre dello stesso anno si svolse il 2° Gran

Premio d’Italia alla presenza di un folto pubblico assiepato sulle

tribune in legno e muratura. Il circuito consentì nel giro di pochi

anni uno straordinario sviluppo delle prestazioni di auto e moto

che raggiunsero le allora strabilianti velocità di oltre 200

chilome tri orari, con i grandi protagonisti della storia

dell’automobilismo di tutti i tempi, come Tazio Nuvolari che

vins e diverse edizioni del Gran Premio di moto sino al 1929 e il

giovane Enzo Ferrari al volante dell’Alfa Romeo nel ‘23.

Dagli anni Venti in avanti lo storico Autodromo di Monza, il più

antico impianto funzionante in Europa, secondo nel mondo solo al celeberrimo Indianapolis, ha

segnato la storia degli sport motoristici grazie anche a soluzioni tecniche di alto livello che

hanno negli anni portato a continui adeguamenti e miglioramenti sia del circuito stradale che

delle strutture annesse. Nel 1938, ad esempio, furono realizzati consistenti lavori di rifacimento

del tracciato e di costruzione della nuova tribuna d’onore in cemento armato, ultimata nel 1940

con un disegno di grande modernità, debitore delle tematiche del Razionalismo europeo.

Gli anni della seconda guerra segnarono profondamente la realtà sia del Parco, spogliato del suo

patrimonio arboreo per le necessità militari e civili, che dell’Autodromo: le attività sportive

furono sospese e le strutture dell’impianto destinate a usi disparati, da archivio a rifugio per gli

sfollati, da recinto per gli animali dello zoo di Milano a sede per parate di mezzi corazzati, con i

conseguenti immaginabili danni.

Gli anni del dopoguerra hanno segnato una veloce rinascita del circuito e delle strutture

collaterali così da consentire nel ’48 la ripresa delle attività sportive, con la nascita ufficiale nel

1950 della moderna Formula Uno e le vittorie dei mitici Ascari e Fangio. Negli anni Cinquanta la

pista tornò ad avere l’anello di alta velocità in cemento armato con le due grandi curve

sopraelevate che raggiungono nella parte superiore una pendenza dell’80%, capolavoro di

tecnica ingegneristica, oggi non più utilizzate ma testimoni di una stagione ricca di novità

tecnologiche.

La storia recente dell’Autodromo è storia vissuta da molti: basti menzio-nare i continui

interventi di ammodernamento, in vista della sicurezza per piloti e spettatori, le soluzioni

avveniristiche architettonicamente in linea con l’ambiente e il contesto circostante, i nuovi box

con pareti inclinate a vetrata, lo scenografico podio che ha visto vincitori i più grandi campioni

della Formula Uno moderna.

 

Prospettive nel XXI secolo

Negli ultimi anni il Parco è stato oggetto di diversi interventi di riqualificazione, tra cui

l’inserimento di due opere d’arte contemporanea: la Voliera per umani, opera di Giuliano Mauri

inaugurata nel novembre 2006 ma destinata ad autodistruggersi, essendo composta di elementi

naturali, e Lo scrittore di Giancarlo Neri, collocato nel 2005.

Dal 2009 i diversi proprietari del complesso Villa-Giardini-Parco hanno deciso di costituire un

consorzio che, con la collaborazione anche economica di diversi attori, dal Ministero alla

Regione, dalla Provincia di Monza e Brianza al Comune di Milano alla Camera di Commercio, si

occupi di gestire e valorizzare l’intera proprietà, alla luce anche del progetto di recupero e

riqualificazione della Villa.

 

 

 
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Convegno
Associarsi conviene
I soci sostenitori hanno diritto:

al posto numerato alla tribuna riservata "Amici dell'Autodromo" alla Variante Ascari la domenica del Gran Premio d'Italia di Formula1;

al posto non numerato alla tribuna riservata "Amici dell'Autodromo" alla Variante Ascari il sabato del Gran Premio d'Italia di Formula1 fino ad esaurimento posti;
La Sede
La sede dell' Associazione Amici dell' Autodromo e del Parco si trova in via Vittorio Emanuele II, 1 a Monza.

Orario di apertura:
tutti i venerdì dalle 21.00 alle 23.00

Tel. 0392315138
Fax 0392315138
Tram 3331782114
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